Andrea Mariconti
evidenza e corposità
 
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Italia (Italie) 




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Andrea Mariconti obbedisce all’evidenza e alla corposità della materia, che suggerisce le forme e guida la rappresentazione. Il principale soggetto delle sue tele, il corpo umano assunto essenzialmente come larva protesa e tronco verticale, vive del contrasto tra la concretezza della cenere, densa di connotazioni calde, e la profondità neutra e opaca dell’acrilico. Proprio qui si trova il punto sensibile della sua ispirazione: le figure emergono, stilizzate nelle loro tensioni essenziali, da un fondo eterno, solenne ma vuoto, con tutto il loro dinamismo. Restano delle corde tese assolutamente concrete, ma insieme semplificate fino a toccare l’astrazione del simbolo. E’ dunque essenzialmente l’equilibro architettonico delle linee e dei pesi a rivelare l’umanità dei suoi soggetti senza volto.
Ecco la sottile sfida delle tele di Mariconti: presentare l’umano rispettando il divieto radicale di rappresentazione del volto. E’ il corpo a dire tutto con le sue tensioni, i suoi slanci, i suoi ripiegamenti, il suo rapporto geometrico con gli oggetti. Rappresentare il volto sarebbe gesto violento di possesso di un’umanità che invece deve rimanere libera di tendersi al di là di ogni dominio. Così, se esso appare, è sempre (ri-)velato, quasi sacralmente, dai capelli, dalle braccia, dalle mani, da un taglio della tela o, almeno, da uno strato tenue di carta di riso intinta nell’olio. E’ la stabilità incerta delle geometrie e dei pesi del corpo a dire in queste tele l’essenziale vocazione dell’uomo, in un modo che l’espressione effimera, seppur vera e tenera, del suo volto non sarebbe in grado di comunicare.
Mariconti sente anche l’esigenza di dare un ritmo alle tensioni e alle architetture corporee e a questo scopo utilizza elementi geometrici vivi come strisce vegetali, tasselli di legno grezzo e persino cartelli indicatori «battezzati» nella cenere. E’ proprio la cenere il vero elemento pulsante di umanità e spiritualità, alla cui «luce» tutto acquista valore affrancandosi dal neutro. Ma questi inserti rappresentano anche un buco, una traccia d’altro depositata orizzontalmente, «incarnata» nella tela. A volte questo buco è dato anche dai tagli delle tele, montate in modo da segnare una discontinuità nella rappresentazione del soggetto. Ed ecco dunque un’altra sfida di Mariconti: il senso dell’ulteriorità, dello s-fondamento, dell’altrove (mai della sterile «utopia», però) è dato sempre dalla concretezza degli inserti, dalla geometria dei montaggi. Non c’è dunque resa al labirinto delle forme, ma al mistero di una «presenza» (gli inserti) e di una «ferita» (le distanze).

Antonio Spadaro S.I.