Sergio Figuccia
da una particella all’altra di quel suo puzzle infinito
 
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E’ nato nell’ottobre del 1954 a Palermo, dove vive e lavora.

Laureatosi in Scienze Matematiche, ha iniziato la propria attività artistica come vignettista, utilizzando lo pseudonimo di "Serfì".
Ha collaborato con il "Giornale di Sicilia" e la rivista mensile "Mondello Lido" ed ha pubblicato cinque libri: uno in formato cartaceo dal titolo “Sorvolando”, due in formato e-book sulla rete internet : “E’ il direttore il vero Fantozzi” (satirico), e “Noel, una gioia infinita” (sul tema della donazione degli organi), altri due sono invece in via di pubblicazione in formato tradizionale: “I Draghi di Komodo”, un giallo classico con risvolti sociali, e “La fecondazione degli aquiloni”, altro thriller con implicazioni storiche ed intrighi internazionali.

In qualità di pittore ha esposto le sue personali a: Palermo, Agrigento, Madrid, Castelvetrano, Castelbuono.

Ha partecipato inoltre a numerose collettive d’arte a:
Palermo, Erice, Monreale, Agrigento, Catania, Castelvetrano, Racalmuto, Alcamo, Terrasini, Mazara del Vallo, Bagheria, Castelbuono e Cagliari.

Ha partecipato come videomaker a numerosi Festival Nazionali del Cinema breve. Il suo cortometraggio satirico "Il trasgressore", è stato trasmesso da "Canale 5" all'interno del programma televisivo "Laboratorio 5".

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Sergio Figuccia, con profonda convinzione sostiene che: <<qualsiasi operazione artistica non è altro che una proiezione "fisica" più o meno riuscita dell’animo umano ed anche se il suo prodotto finale è privo di spessore artistico o non è apprezzato e compreso, non è mai un fallimento, perchè si tratta, in ogni caso, di un grandissimo atto d’amore>>.
La sua affermazione-confessione così calda ed appassionata è affidata, sul filo di una partecipata modulazione emotiva, a questo entroterra sentimentale, a questa ricca vena che, operando dialetticamente, non è altro che lo strumento che conferisce ai suoi lavori una rasserenante dimensione, ma di una contemplazione che può apparire distaccata; dietro forse c’è una trepida ansia che in ogni caso si lega e si raccorda a quell’atto d’amore di cui parla lo stesso pittore.

Giovanni Cappuzzo

E’ difficile definire come "luoghi" gli spazi in cui la visionarità pittorica di Sergio Figuccia colloca i suoi "eventi"; sono "luoghi" ed eventi fantastici, dell’anima: "non luoghi".
Ad essi si accede seguendo gli immaginari itinerari dell’artista, magari saltellando da un elemento all’altro, da una particella all’altra di quel suo puzzle infinito, mai del tutto composto, buttato lì come in un sogno che con la realtà si confonde, in attesa che la mano ordinatrice della ragione lo ricomponga.
Figuccia si serve degli elementi del puzzle come strumento compositivo, di racconto di un paesaggio, come quando sono aggregati a comporre un’isola o l’acciottolato di una strada, ma anche come cifra stilistica personale, rivelatrice di un’identità.
Lambisce, senza immergervisi del tutto, ma senza mai allontanarsi da esso, un figurativismo che supera la pura visività impressionista, in senso spiritualista; quella di Figuccia è un’arte che rivela l’ansia della ricerca, ed anche l’esigenza dello spirito che vuol cogliere della realtà non più o non soltanto le sembianze certe e visibili, ma il ritmo di una segreta, misteriosa trasmutazione.

Dino Ales
Sicilia Tempo

Figuccia è una voce che esce fuori dal coro e che con tutta la sua spontanea freschezza di un uomo "vivo", sensibile quanto accorato, ma sopratutto pienamente partecipe delle più laceranti sfaccettature che "colorano" il dramma della società in cui siamo intrappolati, le svela, le descrive, le racconta, le chiarifica in simboli pittorici, lucidamente pregni di significazioni la cui prevalente surreale esteriorizzazione non incrina la "reale" percettibilità del sogno, dell’utopia.
Figuccia, dunque, dipinge denunce, figura aneliti, colora una vita e una società migliori. La sua analisi, spietata, si scioglie in appello accorato.
Idee, pensieri, sogni apparentemente in libertà: chè la libertà è invece ancora l’anelito massimo, mentre l’oppressione è ancora l’ombra più estesa e più cupa.
Da quì la necessità di frantumare il mondo, le sue storture, le sue contraddizioni; sezionarlo e ricomporlo in "visioni" dai cromatismi solari o plumbei, costanti espressioni di quanto di bene e di male, di luce e di ombra, sia nel "soggetto-tema" in questione.

Pino Schifano
Sicilia Tempo

La struttura delle opere di Sergio Figuccia respira l'eco degli anni, la solitudine, la vertigine del vuoto e la trasparenza di ciò che rimane.Tutto e niente. La presenza di qualcosa di tangibile, in-contro a noi ma nello stesso tempo l'enigma di un rebus o per meglio dire di un puzzle irrisolto dove ogni pezzo vive la sua i-solarità in un contesto di congiunzioni e ingranaggi. Ed è in questo continuo rilancio dell'immaginazione che l'artista colloca le sue forme volumetriche in uno spazio neutro, vuoto, puro dove si consuma il terrore di un contatto. Già perché l'uomo è fuori dal circuito di ciò che ha creato, la sua presenza è la solidità di queste pietre dai colori lucenti e brillanti, il brivido che dall'alto al basso ci trasmette il fascino della profondità. Forse quella di Figuccia è anche una prefigurazione di come potrebbe essere il mondo senza l'uomo. Può darsi, ma in ogni caso il sole continuerà ancora a splendere alto e la luna veglierà i nostri sogni.

Daniela Di Raffaele
Trova Palermo

Gli spatolati acrilici di Figuccia, resi nel loro frammento di “puzzle”, vogliono confidarci il desiderio ludico in una continua rivisitazione, ora del passato ora di quella condizione coloristica intensamente partecipata dall’autore. Il desiderio di costruzione delle icone, la solarità imperiosa, il portato fatto di macerie, di emblemi litici, la vocazione spinta alla sacra disponibilità dell’eterno, suggeriscono a Figuccia una visione arcaica, primitiva nel suo “vedere” il mondo.  Un’esigenza “proto-fauve” , o forse, di onirico iperrealismo, sottolineano quei segni del corpo del disegno legato a trascorsi substrati, sedimentati sin dalla prima metà del Novecento.
Comunque, oggi, tensione e contrasto di pigmenti vivono l’esacerbazione dei temi: muri, frontiere di pietra, civiltà sepolte, brani d’una scrittura geologica che affascina il primitivismo espressivo di questo pittore.  Uno scenario denso di materiali percettivi, raccolti e riversati con trasporto arcano, manuale, non rigenerati dall’analisi intellettuale, ma restituiti d’istinto nella loro interezza di primordiale messaggio iconico.
L’ironia che contrassegna il messaggio di Figuccia si attesta nella pienezza della geometria euclidea.  Una tensione aperta al tempo e allo spazio di auspicate e necessarie maturazioni, lanciata verso una sacrale visibilità del desiderio d’espressione.

Aldo Gerbino
pittorica.it

E’ una visione molto ironica, (ma anche drammatica) quella che Sergio Figuccia ha della vita, lo si capisce da alcuni suoi soggetti, dai titoli dati ai suoi quadri.
Le opere esposte in questa mostra sono dedicate a grandi meraviglie create dall’uomo.
Colossi del passato e del presente, rivisti con l’occhio dell’artista, modificano le loro forme, si allungano, mutano le loro caratteristiche, il loro contesto ambientale, i loro colori. Questi ultimi divengono accecanti, strutture cromatiche sulle quali si basa l’intera composizione grafica in una tessitura che rimanda alle strips (Figuccia è anche vignettista).
I solidi di questo artista sono anime mute ma non perché avvolte da un alone di mistero (che egli sfrutta giocandoci intorno) bensì perché  pregne di un vero e proprio silenzio tombale.
Testimoni di un tempo, di un’era, i suoi totem, le sue costruzioni si ergono incapaci di trasmettere messaggi alle generazioni future. Sembrano quasi giocattoli utilizzati da un ciclopico bambino: mattoncini Lego, puzzle, girandole senza vita, oggetti dell’ottusità umana, ma anche scintille luminose tramandateci da antichi popoli che noi non riusciamo a comprendere.

Vinny Scorsone
Mediterraneo

Sergio Figuccia punta i riflettori su imponenti architetture del passato e scorci contemporanei, indagati non nella loro specifica anima storica, ma nel loro valore cosmico.
Nelle tele domina un tempo assoluto, le poche ombre e gli astri freddi non danno alcuna connotazione temporale delle immagini, fanno parte del paesaggio, lo completano e giocano un ruolo in negativo, sottolineando un’assenza attraverso la propria presenza.
I monoliti e le forme più elementari di architetture squadrate appaiono elementi di composizione, pezzi puzzle.
Ciò che i colori accesi e gli acrilici, con la loro brillantezza, sembrano togliere alla arcana sacralità dei colossi rappresentati, è restituito dall’impianto compositivo fortemente geometrico, presentato da angolature che mirano ad esasperare la grandiosità delle costruzioni.  Si ha allora una forte componente cromatica combinata con l’austerità di forme simboliche; l’impianto è limpido e forte. Nei vari stonehenge, templi Maja, piramidi e vertiginosi grattacieli odierni, anch’essi architetture-simbolo di un’epoca, non fatichiamo a riconoscere un comune destino di incomprensibilità; se storicamente de-contestualizzate, queste costruzioni appaiono dei “solidi ignoti”.

Francesca Zagra
Vivi Palermo

Di Sergio Figuccia ho avuto modo di apprezzare le non comuni doti di bravo vignettista. “Serfi” – così amava firmarsi, negli anni ’80, quando pubblicava i suoi caustici disegni sul Giornale di Sicilia – si occupava prevalentemente di politica, lanciando i propri strali sui governanti di allora nel tentativo di esporne l’operato alla berlina.
Potrebbe sembrare fuorviante parlare delle divagazioni vignettistiche d’un pittore, soprattutto se ciò avviene in sede di presentazione d’una sua mostra di dipinti; ma in realtà, questi due aspetti dell’attività artistica di Sergio sono tutt’altro che scissi o contrapposti, costituendo le due facce complementari d’una stessa erma bifronte.

Salvo Ferlito
L'Intervista