Moreno Bondi
cone Nani sulle spalle dei Giganti
 
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pour l'Art et de Créativité…
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Italia (Italie) 




Moreno Bondi è nato a Carrara (MS) nel 1959
Dal 1987 al 1999 è Docente Titolare della Cattedra di Tecniche Pittoriche presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara
Dal 1999 è Docente Titolare della Cattedra di Tecniche Pittoriche presso l’Accademia di Belle Arti di Roma
Dal 2005 è Docente Titolare del Master post laureambiennale per l’ “Insegnamento delle Discipline Pittoriche”presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Nel 2006 è Docente Titolare del Master post laureambiennale per la didattica dei “Linguaggi pittorici e contesti ambientali”presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.

Esperto delle tecniche della pittura ad olio del ‘500 e ‘600 (in particolare CARAVAGGIO),allo studio delle quali ha dedicato anni di ricerca universitaria, è stato consulente di Dario Fo per le scenografie e le mostre e consulente tecnico della Fondazione Correggio.
Nel corso di questi anni Moreno Bondi si è dedicato alla ricerca. Infatti, l’attento studio e la conoscenza della pittura antica gli hanno guadagnato la consapevolezza della sostanziale diversità di questa rispetto a quella attuale.
Da qui una indagine lunga e sofferta: l’esame minuzioso dei manuali (mai esaustivi) del ‘500 e ‘600, un grande lavoro di sperimentazione relativo ai materiali (gli oli, le resine, i pigmenti) che gli antichi maestri combinavano in modo “alchemico” e della cui formula erano gelosi depositari.
Proprio l’aver recuperato il segreto degli elementi e la perduta tradizione lo rende padrone del colore e della superficie pittorica; rende possibile l’atmosfera, l’emozione, la forza, evocatrice e la potenza che prorompono dai suoi lavori.
Pur rimanendo fedele ai canoni classici di ordine, proporzione ed equilibrio, ai quali aderisce intimamente senza forzatura alcuna, egli intraprende la ricerca di linguaggi pittorici innovativi-enigmatici ed espressivi al tempo stesso. La sua formazione culturale, infatti, è anche profondamente radicata nell’arte contemporanea, della quale ha tesaurizzato il meccanismo creativo

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critiques et commentaires

come in uno Specchio
Come in uno specchio. La pittura di Moreno Bondi fa pensare ad uno specchio che riflette le icone dell'arte antica. Solo che lo specchio è rotto. Riflette Michelangelo, Caravaggio e i naturalisti del Seicento in disarticolati frammenti. I quali si sovrappongono e si dilatano per anamorfosi. Succede come quando si getta un sasso in una superficie acquatica perfettamente immobile nella quale si rispecchiano gli alberi, le nuvole e il cielo. L'unità della visione si rompe, alberi nuvole e cielo mossi dalle onde concentriche provocate dal lancio del sasso, si agitano, si dilatano, si sovrappongono.
Moreno Bondi ha dedicato anni allo studio delle tecniche pittoriche tradizionali. Conosce come nessuno il mestiere dei maestri dei grandi secoli e sa replicarlo con sapienza mimetica assoluta. Ma “l'ordine” antico (e cioè il sistema di valori che c’è dietro a una pittura di Caravaggio o a una statua di Michelangelo) quello non può trasferirlo nei suoi quadri, perché si tratta di un “ordine” che non appartiene più al suo e al nostro tempo.
Se lo facesse, se tentasse di organizzare i suoi quadri secondo l'ordine antico, non sarebbe più un pittore ma un copista o un “citazionista”. Oppure, se l'ordine antico egli volesse studiare e approfondire in quanto fenomeno scientificamente dominabile, sarebbe uno storico dell'arte.Nell'un caso e nell'altro non un pittore.
Copista o Storico, quindi. Non se ne esce. Il dilemma stritola implacabilmente chi si pone davanti all’arte antica. Ma se uno è un artista, un artista vero come Moreno Bondi e quindi con talento, inquietudini, caparbietà e insoddisfazioni diartista, cosa succede? Cosa succede quando per dar voce al tempo presente interroghi, da artista, i capolavori del passato sapendo bene che in essi ci si può perdere come nello specchio di Narciso oppure che possono per sempre raggelarti come la faccia di Medusa? L'azzardo è grande, la via d'uscita è difficile. La selezione di dipinti introdotta dalle mie righe dimostra che l'azzardo può essere giocato con successo, che la via d'uscita è possibile. Per sfuggire all'incantamento bisogna rompere lo specchio, bisogna gettare un sasso nella fontana di Narciso.
A pensarci bene è quello che ogni visitatore fa quando entra agli Uffizi o al Louvre. Il mondo antico vive dentro di noi perché noi siamo la nostra storia. L'arte del passato arrivata sino ad oggi e conservata nei musei, altro non è se non la storia che si è fatta figura. Tutto questo è vero. Però la storia presente, quella che siamo chiamati a vivere, è profondamente altra dalla storia che ha generato quei capolavori. Sistemi simbolici diversi la governano e ci governano. Ecco allora che le opere dell'arte antica, staccate dal sistema che dava loro significato, possono essere percepite solo per frammenti, per assemblaggi, per enigmi. Il turista che uscendo dal museo compra una cartolina con il dettaglio del quadro celebre operauna selezione, si riconosce nel frammento di uno specchio infranto. E non sa di portare con sé un enigma.
Moreno Bondi invece lo sa. Sa che il mistero abita le grandi opere d'arte, che insondabili enigmi conducono Artemisia e il Centauro, un volto caravaggesco o l’ala d'oca di Gentileschi o del Cagnacci. Sa anche che è privilegio (e consolazione) dell'arte trasfigurare l' enigma nel sogno e nel mito. “I presagi non esistono. Il destino non ci invia i suoi araldi”. Fa bene il pittore a ricordarcelo citando l'aforisma di Oscar Wilde in epigrafe alla sua “Ultima Beatrice”. Non esistono i presagi e neppure è possibile decifrare con sicurezza i simboli. Che pure esistono tuttavia, sono i vessilli di un ordine sepolto, ma danno ermetiche risposte che rimandano ad altre risposte. Come ci fanno capire i soggetti rappresentati nei dipinti in esposizione.
Grazie all'arte sono possibili, per nostra grande fortuna, l'evocazionemitica e il sogno. La pittura che qui si presenta è evocativa perché fa emergere quello che noi inconsapevolmente siamo (noi siamo gli antichi quadri e le antiche chiese... nessuno ai nostri giorni lo ha capito bene come Pierpaolo Pasolini) ed è onirica perché ci offre l'occasione (le infinite occasioni) del sogno. Che è assemblaggio anamorfico di figure conosciute, però decontestualizzate e ondivaghe nel quadro dello spazio-tempo. Per me, storico dell'arte, la pittura di Moreno Bondi è un approccio all'Antico inedito e affascinante. Per mettere a confronto le sirene del Passato con le inquietudini della Modernità, per passare dalla porta stretta, ci vogliono cuore caldo, mente serena e uno sguardo a lunga posa. Del vittorioso confronto e del passaggio felicemente compiuto, le opere in mostra forniscono lucida testimonianza.

Antonio Paolucci

come Nani sulle spalle dei Giganti
L’arte raffinata diMoreno Bondi ha radici antiche: nasce dalla profonda ammirazione (che non è mai mera emulazione), dall’orgoglio, dalla consapevolezza della storia dell’arte. E’ nelle grandi opere del passato di Caravaggio, di Guercino (delle cui tecniche pittoriche è profondo conoscitore) che prende nutrimento tale espressione artistica attuale e moderna.
“La sua pittura –commenta lo storico dell’arte Antonio Paolucci- fa pensare ad uno specchio in cui si riflettono le icone dell’arte antica, solo che lo specchio è rotto. Riflette Michelangelo e Caravaggio in disarticolati frammenti”, ricomposti secondo un ordinestraniante che segue una mente ed un sistema simbolico del proprio tempo.
La peculiarità dell'opera consiste nel coniugare antico e moderno, da parte di un artista consapevole che il presente è erede del passato, e nel ricongiungimento di elementi che l’arte del ‘900 (in virtù di una sua crescente intellettualizzazione) aveva gradualmente fatto divergere: valenza intellettuale, valore estetico, supportati da grande capacità tecnica (egli è Docente Titolare della Cattedra di tecniche pittoriche presso l’Accademia di Belle Arti dal 1987, prima a Carrara ed ora a Roma).
Il risultato è un lavoro completo ed articolato, in cui interagiscono componenti disparate e s’intrecciano piani di lettura diversificati: dal più semplice della fruizione estetica, a quello più complesso della sollecitazione intellettuale, passando per lo stupore di fronte all’eccellenza dell’esecuzione.
L’esperienza intellettuale, tecnica ed espressiva dellastoria dell’arte (dal Seicento alla contemporaneità) ha contribuito alla formazione di questo artista toscano, che, nato a Carrara, è anche un sapiente scultore.
Le opere presentano immagini dai contrasti caravaggeschi, figure potenti come i “Prigioni” di Michelangelo, in ambientazioni eredi dell’astrattismo e di una visione metafisica dello spazio. Sui corpi affiorano segni che"rivelano” inconsapevolmente un passato nel quale è tracciata l’identità dell’Uomo.
Nel rapporto vitale che Moreno Bondi ha con la storia dell’arte non vi è rimpianto o anacronismo, ma la coscienza che la cultura contemporanea possa emendarsi dalla condizione di perenne sradicamento, per ricongiungersi idealmente alla grande tradizione dell’arte, anche attraverso il recupero di un sapere tecnico e pratico.
"Noi siamo", diceva Bernardo di Chartres, "come nani seduti sulle spalle dei giganti".
Dunque che tali spalle ci sostengano nel guardare lontano….

Carla Piro

Icaro o Dedalo
Moreno Bondi è artista molto colto e consapevole, come provano l’insistita precisione dei titoli dei suoi quadri e il flusso continuo delle citazioni letterarie e filosofiche che accompagnano spesso l’ esposizione delle opere.
La tecnica eccellente, formatasi su cognizioni precise desunte soprattutto dalla pittura seicentesca, la fantasia acuta, l’estrema precisione e verosimiglianza del segno, permettono all’artista di produrre con una mente sistematica che ordina la materia pittorica secondo strane e interessanti serie e sequenze. Un catalogo significativo, pubblicato nel 2000, di opere di Bondi si chiama proprio “ Aforismi” ed è introdotto da una sentenza di Aristotele in base alla quale “ il concetto dell’ enigma è questo: dire cose reali collegando cose impossibili “ e, effettivamente, l’intenso “ realismo” delle immagini del maestro dà sempre, come ha notato Paolucci, la sensazione del frammento, di qualcosa di costruito attraverso tasselli, ciascuno del tutto convincente dal punto di vista della rappresentazione naturalistica, assemblati in modo arduo , assurdo, duro, senza che si riesca a percepire un senso complessivo dell’immagine realizzata. Piuttosto i tanti segmenti “ reali” sembrano inseriti per formulare un insieme “ impossibile” dal punto di vista logico-deduttivo e verrebbe da pensare che proprio in questa forzatura della verosimiglianza il pittore tragga spunto per le sue idee figurative. E coerente suona, allora, l’altra sentenza, questa volta di Nietzsche, affiancata a una di quelle visioni chimeriche continuamente ripensate dall’autore: “L’assurdità di una cosa non è una ragione contro la sua esistenza, ne è piuttosto una condizione“.
Malgrado i titoli e gli aforismi sovente affiancati non è facile spiegare questi quadri, anche se sembrerebbe evidente l’ansia comunicativa che vi è contenuta, a prescindere dall indubbia bravura virtuosistica che li pervade tutti. Non sono, certo, illustrazioni di nobili sentenze, né proiezioni di stati d’animo allucinati e distorti. Però la volontà di dotare le immagini di un titolo che ne dia una potenziale riconoscibilità resta un dato tipico dell’artista, di cui, dunque, va tenuto il debito conto. Se un quadro, a forte impatto figurativo, si chiama “Prigione”, “Enigma”, “Anghelos “, “Sussurri”, “Uomo obelisco”, ciò significa, probabilmente, che il titolo, in casi del genere, è pensato da un artista che vuole velare e svelare il senso dell’opera e, comunque, far capire bene che l’opera ha un senso e proprio uno, per cui il margine di interpretazione va, in qualche modo, limitato.
E’ uno sforzo che l’artista chiede a chi guarda ed è comprensibile perché tutti i quadri sono “sotto sforzo” con l’indicazione chiara di una condizione tormentosa che deve generarsi all’osservazione delle opere.
Come se tutto ciò che è rappresentato fosse estratto da una prigione mentale, da una costrizione quale che sia, da una mancanza cui consegue un anelito.
Sono, in altri termini ,quadri di ispirazione romantica, anche se la stesura è così affine al grande Seicento romano o toscano, che infiniti capolavori ha consegnato alla posterità.
Bondi ci appare come un artista nitido e meditato ma anche ipersensibile nella sua intenzione di mettere a nudo sentimenti e pulsioni che possono preoccupare e mettere in stato di ansia.
In questo andirivieni di esaltazioni e cadute sta molto del fascino di un artista che sembra incerto se considerarsi un Dedalo o un Icaro. Condizione interessante con esiti in cui l’insigne docente e studioso scompare e si manifesta l’animo appassionato e intransigente di un poeta ricco di sfumature e di silenzi.

Claudio Strinati

l'invenzione del Passato e il rinvenimento del Fut
Un esile filo, sottile ma infrangibile, lega la grandezza dell’antico all’idea moderna di rovina. Emblema dell’irreparabile scorrere del tempo, i frammenti di templi e anfiteatri, basiliche e terme, colonne e capitelli sono le figure del passato su cui la storia ha costruito il presente. Sta in questa sintesi di passato e presente, grandezza e caduta, morte e rinascenza l’essenza stessa del concetto di classico. Perché è classico tutto ciò che riesce a sopravvivere alla propria epoca testimoniando al futuro i valori su cui si era fondato nel proprio tempo. Su queste suggestioni lavora l’immaginario pittorico di Moreno Bondi.
La modernità di Bondi sta proprio nella sfida con tutto ciò che è sopravissuto nella pittura diventando storia. Ma per riuscire ad attingere dal passato il vasto repertorio di stemmi ed emblemi, miti e leggende, simboli e figure su cui si costruisce la trama narrativa dell’arte, bisogna avere una certa predisposizione all’inattualità. A cominciare dalla profonda consapevolezza artistica del linguaggio della tecnica pittorica tradotta da Bondi in una padronanza di stile che nell’epoca della morte dell’arte appare felicemente fuori tempo. Sono queste le ragioni fondamentali per le quali prima di essere un artista (toccherà ai posteri misurarne l’esatta grandezza), Bondi è certamente uno straordinario pittore.
La torsione dei corpi, l’esplosione delle forme, la tensione della materia danno l’esatta misura dei termini in cui si articola la sfida. Si tratti di Caravaggio o di Michelangelo, di Cagnacci o di Allori, di Beatrice Cenci o di Ebe, di Icaro o della Sibilla, del Centauro o dell’Angelo, il sapere della pittura viene assunto come la misura di ogni cosa. La maniera di Bondi però non è antica. Anzi pretende un confronto altrettanto serrato con l’idea di moderno e contemporaneo. La luce che vediamo proiettata sui quadri ci appare come sezionata da un prisma ideale costruito per campire sulla tela solo le forme più pure.
Come il filologo classico cerca di ricostruire l’intero corpus della lirica greca ricostruendone la storia attraverso la sequenza dei frammenti sopravvissuti alle offese dei secoli, così Bondi seziona la storia della pittura in un caleidoscopico figurale nel quale il sogno del passato si fonde con l’immaginario del presente. Una sorta di «manfrediana methodus» sovrintende alla coerenza delle immagini e le guida attraverso le strade sotterranee dell’inconsio. Il rinvenimento dell’antico è messo a diretto contatto con l’invenzione del presente. Si pensi alla visione di «Ebe che cerca se stessa», rappresentata da un culo, sineddoche del moderno, dipinto come in una fotografia di Helmut Newton a colori, intenta carponi arientrare nel vuoto simulacro antico da cui era uscita perdendosi.
Bondi sembra consapevole che la storia dell’arte non è nata dal confronto con la realtà naturale e storica che si prefigge di rappresentare, quanto piuttosto dal confronto con le altre opere d’arte in un infinito reticolo di significati e significanti. «Manfrediana methodus» è usato come un canone ambiguo che consente di procedere per slittamenti progressivi nell’attribuzione delle citazioni. Nel gioco delle agnizioni, le grandi ali di «Amore» (ma anche del “Riposo di Eros” e del“Pegaso”) vengono dalla suggestioni non solo di Caravaggio ma anche di Giovanni Baglione e soprattutto di Orazio Gentileschi. E non si può fare a meno di pensare al «fallo alato» di Sigmund Freud difronte alle ali dell’Anghelos ...
Ma un’altra referenza, assolutamente fuori tema, getta un riflesso imprevedibile sulla pittura di Bondi: il frammento della Statua della Libertà che emerge come un reperto archeologico nel finale de “Il Pianeta delle scimmie”. Ricordate? Charlton Heston cavalca sulla spiaggia con una splendida umana primordiale per sfuggire alle scimmie sapienti... Bondi usa il repertorio classico in una maniera così moderna tanto da poter essere messo in relazione con l’immaginario della fantascienza. Nulla perciò ci appare come antico nonostante l’uso totalizzante del classico.

Pasquale Chiesa

la traccia dell'Uomo
Configurazioni e segni: frammenti di un passato che intrecciano enigmatici il presente. La potenza magnetica di una pittura evocatrice, potente e contemporanea. In queste opere si manifesta il legame di reciproca appartenenza fra l’Uomo e la sua storia. Sono i dipinti di Moreno Bondi, belli e sconvolgenti…

L’esperienza pittorica di Moreno Bondi (Carrara 1959) prende l’avvio dall’indagine sulla pittura dei grandi maestri, dallo studio dei loro lavori potenti per le suggestioni e rigorosi per gli equilibri formali e compositivi. “Quelle del passato -sostiene- sono opere in grado di coinvolgere la totalità dell’individuo, nei sensi e nella mente, per la bellezza della pittura e per la valenza simbolica ed intellettuale”
Il confronto con tale eredità culturale -intimamente avvertita come comune patrimonio dell’Uomo- ha sollecitato nell’artista l’impegno testardo e sofferto a realizzare opere (dipinti e sculture) che - pure fortemente attuali - si ponessero in continuità con la tradizione.
“La sua pittura –commenta lo storico dell’arte Antonio Paolucci- fa pensare ad uno specchio in cui si riflettono le icone dell’arte antica, solo che lo specchio è rotto. Riflette Michelangelo e Caravaggio in disarticolati frammenti”, i quali vengono ricomposti secondo un ordine straniante.
Moreno Bondi è pienamente consapevole dei secoli che lo separano da quelle immagini. Ben diversi, infatti, sono gli schemi logici, mentali ed i sistemi simbolici che sottendono alla realtà odierna: “Il passato non va rimpianto - dice - va invece reso cosciente ai nostri occhi e tesaurizzato per sostanziare ed alimentare il presente”.
La consapevolezza dell’appartenenza ad una storia - come individuo e come Uomo - affiora in Moreno Bondi anche nella familiarità con la scultura, propria di un artista proveniente da Carrara. Dal marmo egli ha mutuato austerità ed essenzialità come regola anche per i dipinti. Pittura e scultura –distanti per mentalità e manualità- nei suoi lavori si compenetrano e si armonizzano: “Non è importante - sostiene - che l’intervento della scultura sulla tela sia reale o solamente raffigurato. Dal punto di vista intellettuale la concretezza del marmo per me rappresenta il complemento del quadro, che attraverso la scultura realizza profondità e spessore.”
Di fronte alle sue opere si rimane affascinati dalla complementarietà dei linguaggi e dall’enigmaticità dei simboli. Tracciati che affiorano sulla pietra e sui corpi possenti evocatori di età remote; ideogrammi sconosciuti sciolgono o imprigionano lo spettatore in un enigma. Sono forme inspiegabili che alludono - senza raccontare - ad un passato smarrito che pure ha lasciato nell’Uomo traccia indelebile.

Carla Piro

nei labirinti della memoria
Corpi potenti dipinti come michelangioleschi “Prigioni”, contrasti pittorici di forza caravaggesca eppure sapientemente elaborati da una mano e da una mente del nostro tempo. Tele seducenti per la bellezza della pittura che generaimmagini enigmatiche (evocatrici di un passato inspiegabilmente coniugato al presente), ammaliatrici edinquietanti nel loro toccare corde oscure e remote dell’animo.
Così le opere di Moreno Bondi, incantano lo spettatore coinvolgendone i sensi, il cuore, la mente.…..

I dipinti dell’artista toscano catturano chi si soffermi di fronte alle imponenti tele di lino (Moreno Bondi predilige i grandi formati), dipinte ad olio secondo le tecniche dei maestri del passato, da un artista che pure ha negli occhile opere dell’arte attuale.
La sua pittura, infatti,che intellettualmente appartiene al mondo contemporaneo, è anche radicata nella storia dell’arte (dal ‘500 sino alla metafisica, al surrealismo, ed al concettualismo), e sostenuta da un’approfondita conoscenza dei materiali e delle tecniche (Moreno Bondi è docente Titolare di “Tecniche pittoriche” presso l’Accademia di Belle Arti di Roma).
Le figure sulla tela sono progettate e concepite come sculture, eseguite con la medesima plasticità, potenza e spazialitàda chi -anche abile scultore- nella pietra cerca le forme per farne emergere i corpi.
Stratificazioni di immaginiche appartengono alla storia dell’Uomo (“non si può –spiega- essere individui consapevoli se si perde la certezza del proprio trascorso, personale e culturale”);sapienza pittorica(“la mia ammirazione per il passato, non è mai emulazione, bensì –come egli dice- coscienza che la cultura contemporanea possa emendarsi dalla condizione di perenne sradicamento, per ricongiungersi idealmente alla grande tradizione dell’arte, anche attraverso il recupero di un sapere tecnico e pratico”) e maestria scultorea: queste, dunque, le componenti della pittura e della poetica di Moreno Bondi.
Sono elementi dialettici perché profondamente diversi e spesso in conflitto fra loro: la spazialità del marmo e la bidimensionalità della tela, la storia e la modernità, le luci e le ombre atte a rendere la profondità dello spazio e dei volumi.
Il loro continuo confronto rompe l’atmosfera metafisica dell’opera e sembra la causadell’incantamento che ammalia lo spettatore come al canto delle sirene: attrae per la bellezza delle rappresentazioni e al contempo respinge per l’inquietudine generata dalle immagini enigmatiche, che accostano frammenti della memoria dell’Uomo in un’atmosfera senza tempo.
Sono tasselli familiari e stranieri, orfani di significato: appaiono indecifrabili perché affiorano in un’epoca che non riconosce la continuità con un trascorso, che pure èragione della nostra attuale cultura.
Sulle sue tele Moreno Bondi svela il senso che unisce ilpresente al passato, vivificando entrambi. Come Teseo ripercorre il labirinto di immagini appartenenti alla memoria di ognuno, senza smarrire sé stesso e il rapporto con la realtà, seguendo il filo che collega antico e moderno ed affermando con determinazione il legame di reciproca appartenenza fra L’Uomo e la sua storia. Un riconoscimento doveroso per esprimere con consapevolezza il proprio tempo.

Carla Piro
tratto da "ArteGiovane"

un pittore tra i Ciclopi
C’è un’idea confusa, che si aggira da qualche tempo nel mondo e che affiora in questi tempi calamitosi, che la terra in antico fosse abitata da terribili giganti apportatori di morte e di distruzione. La loro ombra di tanto in tanto riappare nella nostra storia e quindi anche nella nostra cultura, come se fossero segni premonitori d’altri disastri. Gli artisti, soprattutto in questi ultimi decenni, hanno avvertito che quella antica minaccia si è fatta viva perfino nelle cronache quotidiane. Moreno Bondi è, per esempio, uno di questi artisti. Da tempo ha introdotto nella sua estetica e nel contenuto dei suoi quadri l’idea che questi giganti abbiano di nuovo fatto la loro apparizione tra i vivi e tra i morti. Deve aver percepito che le colonne, che dall’antichità reggono la terra, sono oggi un po’ traballanti. Vedremo meglio come questo fenomeno si sia verificato anche nella sua pittura.
Gli uomini primitivi li vedevano nelle ombre che passavano lungo le pareti delle loro caverne o nel fuoco dei vulcani, dove certamente avevano il loro domicilio, o nei fulmini che squarciavano il cielo. La nostra mitologia è tutta una storia di giganti (ma anche molte altre mitologie di cui non è il caso qui di parlare). Zeus stesso è uno dei Titani che lotta contro altri Titani che cercano di scaraventarlo fuori dell’Olimpo. Sappiamo già come questa storia si sia conclusa. Più vicini alla nostra sensibilità sono i giganti che fanno la loro apparizione nell’Antico Testamento. Non si sa bene da dove vengano, chi li abbia creati, ma quando scendono sulla terra sono affascinati dalla bellezza della donne terrestri, con le quali felicemente si uniscono. Poi scompaiono dalla storia e non si sa bene dove siano andati. Ben diverso è l’ultimo gigante di cui sappiamo perfino il nome: Goliath. Le sue vicende ci sono narrate nel libro di Samuele. Sappiamo perfino che è alto due metri e novanta, che indossa una corazza di bronzo del peso di sessanta chili.
Soltanto la punta della sua lancia pesa sette chili. Nessuno osa sfidare la sua forza smisurata. Per quaranta giorni provoca e intimidisce l’esercito d’Israele, ma finalmente, per puro caso, appare un ragazzo di nome David, l’ottavo di otto figli; non ha mai portato armi o corazza, non ha mai combattuto, è un semplice pastore o meglio pastorello, ma non ha paura di nulla. Va incontro al gigante armato d’una semplice fionda. Nelle tasche ha cinque pietre, ma gli basta scagliare la prima ed il gigante stramazza morto al suolo con la testa spaccata. Non ha neanche una spada per decapitarlo e deve prendere quella del gigante. Chi vuole sapere che aspetto avesse questo fanciullo basta che guardi la scultura che gli ha dedicato il Verrocchio. Oppure con un balzo di secoli guardare i quadri di Moreno Bondi che raccontano le storie di altri giganti in lotta con gli uomini o con il fato.
Perché parliamo dunque di giganti? Perché oggi non si può parlare d’arte senza parlare anche dell’attualità. Perché quei giganti fanno parte anche della nostra cultura, dal culto degli eroi alle opere di Wagner, e poi anche la pittura contemporanea non poteva ignorarli poiché ne ha fatto spesso esperienza nelle sue complicate vicende estetiche, da de Chirico a Savinio fino ai nostri giorni. C’è anche un pittore moderno che ha voluto raccontare in altre forme la loro storia. Si chiama, come abbiamo detto all’inizio, Moreno Bondi, è nato a Carrara nel 1959 ed è docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma di Tecniche pittoriche, cioè di sapienza pittorica. Ha dato il via ad una pittura tumultuosa, intensa, che sembra abbia estratto dal magma della terra.
Ora possiamo mettere insieme i giganti della mitologia ed i giganti che appaiono nella sua pittura. Moreno Bondi narra una storia drammatica che dell’antichità arriva ai nostri giorni, ricorrendo ai miti che hanno forgiato la nostra storia e che hanno nome Pegaso, Amore e Psiche, Eros e Thanatos, Hermes ed Icaro, Chimere e Centauri, Angeli e Demoni, e molti altri fantasmi del passato che riemergono nel tumulto della nostra coscienza. I suoi personaggi sono immersi in un’atmosfera magica, tra architetture di pietre senza tempo, in bilico tra l’eternità e la morte. Inseguono e sono inseguiti. Appartengono all’umanità, ma un poco anche al demoniaco, alla poesia ma anche alla materia. Lottano sempre contro nemici invisibili. Forse lottano prevalentemente contro loro stessi, contro i loro fantasmi, contro le loro passioni, poiché questa pittura è appassionata.
Sono i giganti della nostra epoca terrificante, in lotta contro il male. Nascondono le loro ferite e feriscono. Rievocano l’antica lotta tra Zeus ed i Titani, tra Ulisse ed i Ciclopi, tra David e Goliath, tra il nudo lanciatore di fionda ed il gigante tutto ricoperto di scaglie di bronzo come un serpente, dell’uomo moderno contro le macchine del nostro tempo e contro le implacabili aberrazioni del nostro tempo grondante sangue e oscurità. Sono uomini che cercano di diventare angeli e sono angeli che cercano di umanizzarsi, ma intanto, nell’interno di questa pittura drammatica e nello stesso tempo di raffinata eleganza, si svolge una moderna gigantomachia. È una specie di gioco crudele ed a tratti erotico tra il passato ed il presente, tra la seduzione e l’inganno. Le sue figure sono in lotta contro il destino. Vi sono nei suoi quadri molte ali, ma dove veramente conducono? Sanno ancora volare?
Le sue storie si svolgono probabilmente su un palcoscenico immaginario, ma d’altronde oggi la terra non è un’infuocata rappresentazione scenica e reale del male? La pittura di Moreno Bondi crea immagini fantastiche che sarebbe riduttivo chiamare soltanto metafisiche, immagini un po’ allucinate, travolte da una profonda emozione, oniriche e reali, come se la pelle dei suoi personaggi fosse cosparsa di profumi e di veleni. Possiamo dire che questa pittura è anche violenta?Lo è nel senso che rifugge dalla tranquillità e vuole essere a tratti rissosa. Vuole forse scandalizzare in un’epoca dove spesso la pittura è un po’ troppo facile, un po’ troppo evanescente, non vuole responsabilità. Anche questa esposizione, dopo molte altre in giro per l’Italia, è stata soprattutto costruita dall’ostinata volontà di un artista che non ha paura di buttare le sue immagini nel tumulto del mondo.

Janus
da ARTE IN - n. 91
Giugno-Luglio 2004